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News dalla Biennale delle Memorie

25
set

Memoria

Memoria di Alfonso Maierù

La Memoria è la facoltà di richiamare alla mente eventi o conoscenze passati che hanno lasciato una traccia ripercorribile, oppure ambito nel quale essi continuano a essere virtualmente presenti. Privilegiando il primo o il secondo aspetto, la m. assume un carattere empirico, legato alle dinamiche fisiologiche del suo funzionamento, oppure un carattere spirituale, legato all’attività della coscienza.

Dall’antichità al Rinascimento. Una tematizzazione filosofica dell’ambito e delle facoltà della m. in relazione ai problemi della conoscenza, dell’origine iperurania e della vicissitudine delle anime (metempsicosi) è presente negli scritti di Platone (Filebo, 34 a-c), che privilegia, rispetto alla connotazione della m. come ‘ricordo’, quella di ‘reminiscenza’, legata alla dottrina dell’anamnesi (➔), esposta nel Menone (➔) e nel Fedro (➔). Platone distingue la m. intesa come «conservazione della sensazione» (Filebo, 34 a) dalla possibilità che l’anima possiede «in sé stessa, da sé, senza il corpo» di ‘riprendere’ quanto più è possibile «quelle affezioni che un tempo ha provato insieme col corpo» (34 b); ciò anche quando, perduta la m., nuovamente «in sé stessa, da sola, la riproduce» (34 c). In tal senso la reminiscenza è ricondotta alla preesistenza delle idee, e non al ricordo di quanto vissuto (Menone, 81 c; Fedro, 72 e-77 b). Aristotele, in Della memoria e della reminiscenza, ricalibra la distinzione fra m. (μνήμη) e reminiscenza (ἀνάμνησις) a partire, oltre che dal generale rifiuto della dottrina platonica delle idee, dall’analisi dinamico-temporale del ricordo come sensazione attuale e come possibilità di ripercorrere una percezione passata, concepita in quanto «movimento» (κίνησις; 449 b 15-24; 450 a 30) richiamato dall’«immagine mnemonica» (poiché la m. «non è senza immagine»; 450 a 12). Tale immagine rispetto alla sensazione attuale è come l’immagine di un animale dipinto, la quale è, insieme, sia l’animale stesso sia la sua rappresentazione, e dunque lo rende ‘presente’ mediante il ricordo come avviene quando si ricorda ciò che non è presente attualmente (450 b 18-451 a 3). In tal modo la dinamica del richiamo alla m. e della reminiscenza si risolve nel presente e nelle esperienze passate, al di fuori di ogni riferimento alla preesistenza anamnestica. Nello stoicismo la m. viene connotata come corporea, e con essa «gli atti di memoria», ossia i ricordi (Plutarco, De communis notitiis, 45, 1084 a; I frammenti degli stoici antichi, II, 848), mentre nell’epicureismo essa va connotandosi in maniera più decisamente meccanica in base alla teoria della conoscenza basata sul flusso di immagini sensibili (εἴδωλα) da cui originano le «sensazioni ripetute» conservate nella m., donde sono poi ricavate le rappresentazioni generali e le «anticipazioni». In Plotino la m. è prettamente spirituale e l’elemento corporeo la ostacola piuttosto che coadiuvarla o esserle concomitante. Essendo la m. un ‘perseverare’ «l’essere corporeo che si muove e scorre sarà necessariamente causa di oblio» (Enneadi, IV, 3, 26). Mentre però il ricordo è legato alla temporalità dell’anima, la reminiscenza è invece dovuta al suo derivare dalle realtà supreme, e si colloca dunque in una ‘perennità’ al di fuori del tempo cui tende a ricongiungersi (IV, 3, 27). In Agostino la trattazione della m. si inserisce entro la concezione dell’interiorità e dell’illuminazione, definendosi come m. innata, anteriore a ogni conoscenza, non empirica o acquisita. Nelle Confessioni (X, 7-26) la riflessione si estende, oltre l’ambito conoscitivo, fino alla presenza di Dio nella m.: «nella sala immensa della […] m.» vi sono le immagini e le cognizioni stesse raccolte «con il pensiero», ma già presenti in essa. In Tommaso d’Aquino il tema della m. è posto a partire dall’impostazione aristotelica (pur tenendo presente Agostino), per ovviare alla concezione avicenniana dell’intelletto, in relazione alla possibilità della scienza e della conoscenza delle specie. Per Tom­maso la m. è propriamente legata al senso e al passato, dunque alla parte sensitiva, e non intellettiva, dell’anima, ma in quanto nel conoscere si dà consapevolezza della m., ossia si sa ricordare, m. è anche la potenza con cui la mente conserva le specie delle cose conosciute (De veritate, q. 10, a. 3;Summa theologiae, I, q. 79, a.6). Durante il Rinascimento con il ritorno della filosofia platonica, in autori quali Ficino e G. Pico della Mirandola, si assite a un recupero della concezione platonica della m., ciò avviene anche in connessione con i temi delle tecniche di m., che a partire dalla tradizione retorica ciceroniana vanno saldandosi con la tradizione lulliana della combinatoria, intesa come via non soltanto all’accumulo mnemonico, ma al discoprimento delle intrinseche connessioni del sapere e al suo ampliamento. A ciò si legano anche tecniche combinatorie di ascendenza cabalistica, relative alle combinazioni delle lettere e alle ‘permutazioni’, come i successivi sviluppi di logiche combinatorie di tipo formale-matematico, lungo una traiettoria in cui si collocano le opere mnemotecnico-metafisiche di Bruno, come ancora il complesso progetto dell’ars combinatoria di Leibniz.

L’età moderna. In Descartes sono presenti sia una svalutazione della m., nell’ambito della fondazione metafisica del sapere incentrato sull’evidenza attuale (Meditazioni metafisiche, 1641, I), sia una trattazione fisiologica della m. in relazione alle tracce cerebrali che costituiscono la corporeità del ricordo, che, mediante successivi passaggi, si imprimono meccanicamente nella materia cerebrale (L’uomo, 1664). «Secondo che la loro azione è più forte, dura più a lungo o è reiterata più volte» tali ‘tracce’ o ‘pieghe’ rendono possibile il formarsi delle medesime idee «senza che la presenza degli oggetti cui essi si rapportano vi sia richiesta» (ibid.). Dell’interazione fra m. corporea e intellettuale è sede la ghiandola pineale in cui la ‘volontà’ orienta gli spiriti animali che fluiscono verso i «luoghi del cervello […] ove sono le tracce che l’oggetto di cui ci si vuole ricordare vi ha lasciato» (Passioni dell’anima, 1648, 42). In Hobbes si ha la ripresa di un modello strettamente cinetico-meccanico di matrice epicurea (De corpore, 1655, IV, 25, 1) nel quale la m. è prolungamento e affievolimento della sensazione e il ricordare è «sentire di aver sentito». Locke, nel Saggio sull’intelletto umano (1690), in prospettiva antinnatista lega la m. alla coscienza e all’esperienza, distinguendo la presenza attuale (in cui la m. è una sorta di contemplazione) dalla reminiscenza (retention) intesa come possibilità di richiamare alla mente una «sensazione illanguidita» presente in maniera più o meno chiara nel «deposito della m.», cui si accompagna la consapevolezza di tale richiamo, inteso come ‘attività’ (II, 10). La prospettiva empirista è sviluppata radicalmente in Hume, che riconduce le dinamiche della m. all’immaginazione e alle leggi di associazione, insistendo sulla «libertà dell’immaginazione di trasporre e cambiare le sue idee» (Trattato della natura umana, 1739, I, 4, 3-4; I, 3, 5) e vede nella m. la facoltà che «discopre» e «produce» l’identità personale (I, 4, 6). Contro la tesi di Locke, interpretata anche nel senso materialista-cartesiano della traccia mnemonica, polemizza Reid nel Saggio sulla memoria. Leibniz, che confuta direttamente Locke nei Nuovi saggi sull’intelletto umano (1700-05, II, 10), iscrive il problema della m. all’interno della concezione spiritualista della sostanza e della percezione. La m. attesta ed elabora la presenza virtuale delle idee nella mente, come «piccole percezioni», e il loro pervenire a livello della coscienza. Nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798, I, § 34) Kant evidenzia l’aspetto attivo (produttivo) della m., differenziandolo da quello conservativo, come «facoltà di rendersi volontariamente presente il passato». In Hegel la m. (Gedächtniss; Enciclopedia delle scienze filosofiche, 1817, § 461), momento della rappresentazione, è ricondotta al ‘concreto’ del ricordare (Erinnerung; § 452) e legata allo sviluppo dello spirito, inteso come approfondimento ed esplicarsi di proprie intrinseche potenzialità: la m. in quanto tale «è soltanto il modo estrinseco, il momento unilaterale dell’esistenza del pensiero» (§ 464).

Il Novecento. Oltre al trattamento specialistico dei problemi relativi alla m. nelle discipline psicologiche o nella psicanalisi di Freud (che insiste sulla componente inconscia della m. e della vita psichica), è Bergson, in Materia e memoria (1896) (➔), a riproporre il tema filosofico dei rapporti fra m. e corporeità, in opposizione a temi evoluzionistico-materialisti. La m. non è riducibile alla corporeità; essa, come ‘m. pura’, si colloca nella dimensione spirituale della durata (tempo vissuto irreversibile) ove in ogni istante confluisce l’intero passato e non in quella fisico corporea del tempo omogeneo della scienza (tempo spazializzato reversibile). In Husserl (Meditazioni cartesiane, 1931; Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, 1966) il tema della m. si colloca nella riflessione sul vissuto condotta sulla base del carattere intenzionale della coscienza, la quale continuamente si genera e rigenera proiettandosi nelle tre dimensioni del tempo, (presente, passato e futuro) assunto non come ‘dato’, ma come modo di costituirsi della coscienza stessa. Un importante impulso di riflessione deriva anche dalla definizione heideggeriana di verità come ἀλήθεια, ossia non-oblio, contro il concetto di verità come esattezza, propria del paradigma scientifico del razionalismo della metafisica classica. Le prospettive di ricerca di Husserl e Heidegger sono state sviluppate da autori quali Ricoeur e Levinas.

Altri approcci. Allo studio della m. secondo approcci più specialistici si riconducono, nell’ambito della psicologia, le ricerche di H. Ebbinghaus, svolte fra il 1879-80 secondo il metodo sperimentale e associazionista incentrato sullo studio dell’apprendimento verbale e della verbalizzazione, riprese successivamente dal comportamentismo. Gli psicologi della Gestalt, hanno prestato maggiore attenzione alla ‘trasformazione’ delle tracce mnemoniche, legata al loro tendere alla ‘pregnanza’; il ricordo è uno ‘schema’ narrativo i cui dettagli vengono via via modificati e armonizzati. Successivamente, con il cognitivismo si è avuta una rottura con le prospettive comportamentiste, mediante la differenziazione dei processi di memorizzazione a breve termine (m. primaria, limitata anche a pochi secondi) e a lungo termine (m. secondaria, che può conservarsi anche per l’intera vita). Nuove linee di ricerca e nuovi approcci, in via di sviluppo, propone il connessionismo con l’introduzione del concetto di reti neurali, in cui la mente è considerata come un tutto interconnesso, senza una netta differenziazione fra m. e pensiero.

© Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani – Riproduzione riservata

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